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RIVISTA DI POESIA E CRITICA LETTERARIA “EUTERPE” APERIODICO TEMATICO DI LETTERATURA ONLINE NATO NEL 2011 ISSN: 2280-8108 N°33 * LUGLIO 2021 * – WWW.ASSOCIAZIONEEUTERPE.COM

sia reale che metaforico: i personaggi sovrappongono, anzitutto, alla guerra santa la loro individuale guerra amorosa. L’episodio centrale del poema, poiché assomma in sé la concentrazione emotiva che in esso si esprime, è quello di Tancredi e Clorinda, nel quale si afferma, nella maniera più tragica, l’irrimediabile incomunicabilità dell’amore. Tancredi che uccide l’oggetto del proprio amore è l’emblema stesso dell’amante impossibile, costretto a sostituire l’amore con la morte: d’altronde, uccidendo Clorinda, l’eroe cristiano uccide sé stesso, come nella più esemplare situazione di sdoppiamento psicologico. Se nella evidenza esteriore dell’episodio è l’uccisione della donna amata che impedisce la realizzazione dell’amore, in realtà è la costitutiva impotenza a realizzare l’amore a procurare la morte, e infatti il contatto tra i due avviene soltanto nel duello, che è il rovescio speculare della lotta amorosa. Il duello tra i due è di particolare ferocia e accanimento, come se si affrontassero due irriducibili nemici: e in effetti è così perché la ferocia del combattimento attinge le sue ragioni nel fatto che l’eroe sta incontrando il suo doppio, la versione femminile della sua stessa impossibilità di amare, e il duello tra “doppi” è sempre mortale. Tasso sottolinea il carattere tragicamente paradossale di questa situazione soprattutto in 57, vv. 1-4: «Tre volte

il cavalier la donna stringe / con le robuste braccia, ed altrettante / da que’ nodi tenaci ella si scinge, / nodi di fer nemico e non d’amante»136. L’abbraccio, che il cavaliere cristiano aveva

desiderato e sognato come amplesso d’amore, è convertito dal destino in un abbraccio mortale, i nodi «d’amante» in «nodi di fer nemico». Un sottile erotismo pervade questo episodio: siamo nella sfera del non detto, o dell’allusione più delicata e vaga, ma l’intensità di questa componente sotterranea non può sfuggire al lettore. Così al momento della trafittura fatale (possibile anche in questo caso un sottinteso erotico), colei che si era presentata a Tancredi in veste guerriera e veniva per lo più nominata in termini bellicosi (ad es. nemico, la feroce) riacquista in punto di morte attributi femminili: «Spinge egli il ferro nel bel sen di

punta / che vi si immerge e ’l sangue avido beve; / e la veste, che d’or vago trapunta / le mammelle stringea tenera e leve, / l’empie d’un caldo fiume » (64, vv. 3-7). La guerriera pagana che aveva fatto strage in battaglia, la dolce amante che era esistita solo nei sogni di Tancredi si tramuta infine in una trafitta vergine, in una donna che in una sorta di martirio ritrova la propria più profonda identità e il riscatto cristiano. La designazione di Clorinda come trafitta vergine è assai patetica e polisemica. In questo sintagma si sommano infatti in una felice sintesi i due principali nuclei semantici dell’episodio: l’espressione che in senso proprio appartiene alla semantica della guerra e della morte (denota una donna ferita e in punto di morte) assume anche connotazioni che appartengono alla semantica dell’eros (a parte la polisemia della “trafittura”, la verginità di Clorinda è lì a ricordare la vanità del sogno d’amore di Tancredi). Inoltre, l’immagine – propria della tradizione agiografica cristiana e della sua iconografia – rimanda anche al martirio e alla santificazione che la morte suggella. In questo senso è l’immagine chiave che apre la parte conclusiva dell’episodio, con la sua semantica della spiritualità cristiana. Tutto il seguito infatti sviluppa coerentemente il motivo della conversione in extremis. E lo fa subito con le espressioni «la voce afflitta» (65, v. 3), «le parole estreme» (65, v. 4), «novo … spirto» (65, v. 5), «spirto di fé, di carità, di speme» (65, 6), «virtù ch’or Dio le infonde» (65, 7). Subito dopo la dichiarazione della metamorfosi, siglata dal chiasmo e dalla rima, da rubella in ancella di Dio, sul crinale del trapasso da vita a morte («e se rubella / in vita fu, la vuole in morte ancella», 65, vv. 7-8), Clorinda pronuncia finalmente parole di pace nei confronti di Tancredi. Ma troppo tardi: l’amicizia che viene profferta insieme al perdono e alla richiesta di un lavacro che mondi ogni colpa è ormai tutta ed esclusivamente nel segno di una nuova castità (non più guerriera) e della conquistata 136

Tutte le citazioni sono tolte dal canto XII, per cui il rimando è all’ottava e ai versi.

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Euterpe n°33 - "Amori impossibili tra arte, storia, mito e letteratura"  

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